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13 Nov 2014

Intervista: Team building, 12 buone ragioni e consigli per educare i bambini allo spirito di gruppo

Team building 12 buone ragioni e consigli per educare i bambini allo spirito di gruppo

Intervista di Marzia Rubega a Stefano Rossi  pubblicato su NOSTROFIGLIO.IT il 13.11.14
(http://www.nostrofiglio.it/bambino/bambino-6-14-anni/scuola-primaria/team-building-12-buone-ragioni-e-consigli-per-educare-i-bambini-allo-spirito-di-gruppo)

Saper stare con gli altri è una risorsa per se stessi e anche per gli altri. Da bambini ma anche e soprattutto da adulti. L’esempio e il ruolo dei genitori è fondamentale

Nei primi tre anni di vita del bambino, è ancora presto per ‘costruire’ una vera relazione di gruppo, basata sulla collaborazione e lo scambio. Ma questa capacità matura, piano piano, nel corso della crescita, soprattutto se la famiglia favorisce il rapporto con gli altri.

Ai genitori spetta dunque il compito di aiutare il bimbo a scoprire le relazioni con gli altri. E’ fondamentale educarlo fin da piccolo a essere empatico, a mettersi, cioè, nei panni dell’altro. “Una buona educazione affettiva è il primo passo verso un atteggiamento cooperativo”, dice Silvia Arborini, psicologa psicoterapeuta, socia della cooperativa sociale Spazio Giovani, e autrice di saggi (La Bottega delle Fiabe, La narrazione come metodo per educare ai valori, La Meridiana).

Lo spirito di collaborazione e il senso del gruppo si sviluppano, poi, (se incoraggiati), sempre più, tra la fine della scuola dell’infanzia e l’ingresso alla primaria.

Dello stesso parere è anche Stefano Rossi, consulente e formatore di insegnanti e genitori, che su questo tema ha appena scritto un libro (Tutti per uno e uno per tutti, La Meridiana). Ecco 12 consigli (e buone ragioni) da parte dei due esperti per educare il bimbo alla cooperazione e allo spirito di gruppo. Perché saper stare con gli altri offre a ogni bimbo molti vantaggi nel breve e nel lungo periodo.

1) I bambini imparano dall’esempio dei genitori. Dunque è venuto il momento di chiedersi: “Nella vita quotidiana penso solo al bene della mia famiglia o anche a quello degli altri, cioè della società in cui vivo?”

I bambini apprendono moltissimo da quello che fanno i genitori nella vita di tutti i giorni al di là delle pure ‘dichiarazioni di intenti’ verbali che non hanno mai molto seguito con i piccoli.

Per questa ragione, ogni adulto che vuole educare il bimbo alla cooperazione e allo spirito di gruppo dovrebbe chiedersi: ‘Che cosa impara mio figlio da come mi comporto a casa?’.
“Siamo davvero un buon esempio di cooperazione o il nostro atteggiamento è solo razionale? In questo caso, sarebbe opportuno cercare di essere un po’ diversi adottando un approccio aperto, forte e gentile verso gli altri per dare un modello positivo concreto”, dice Stefano Rossi.

Lo stile genitoriale influenza molto la propensione alla cooperazione di ogni bimbo. Un modello educativo, basato sull’autorevolezza che dà limiti e regole con empatia, passa un messaggio positivo e abitua al rispetto e alla collaborazione.

2) “Come ti sentiresti se quella bambina ti avesse detto che hai un brutto vestitino come tu hai detto a lei?” I genitori dovrebbero ‘allenare’ i figli a mettersi nei panni dell’altro. Fin da piccoli

Educare i bambini alla cooperazione significa trasmettere un atteggiamento empatico (ovvero mettersi nei panni di chi si ha davanti) e altruistico verso la vita e gli altri, ribadisce ancora Rossi.

In questo modo, il bimbo sviluppa una buona capacità relazionale che gli permette di capire come agire verso gli altri. “Tutto ciò è fondamentale perché quando diventa adolescente, il rapporto con i pari è sempre più centrale”.

Tra l’altro, per l’autore, nonostante la scuola prediliga un modello di apprendimento individuale e competitivo che spesso non incentiva il lavoro di gruppo, la capacità di ascoltare e capire il punto di vista altrui è preziosa in ogni ambito della vita.

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3) Imparare a stare in gruppo è fondamentale ma ogni bimbo ha i suoi tempi e il genitore deve rispettarli. L’utilità degli sport di gruppo

Ci sono bambini che a cinque-sei anni sono ancora molto timidi e fanno fatica ad abituarsi al gruppo. Altri che invece non hanno già alcun problema e si fanno nuovi amichetti ovunque. “Ogni bambino ha i suoi tempi e bisogni e non è bene forzarli,” dice la psicoterapeuta Silvia Arborini.

Quello che possono fare comunque i genitori è “mettere i figli in condizione di essere stimolati partecipando, per esempio, a diverse situazioni socializzanti, feste tra compagni, laboratori, attività sportive …”

Nello sport di squadra, per esempio, anche se c’è un po’ di competizione, il bambino può misurarsi con gli altri in una dimensione emotiva molto più ricca rispetto solo a ‘vincere o perdere’.

E che cosa dovrebbe fare il genitore se il bimbo rifiuta di essere coinvolto in uno sport o gioco di gruppo oppure non vuole andare a una festa? “Star soprattutto sereno,” dice la psicoterapeuta, cercando di capire che cosa c’è dietro al rifiuto. E poi “deve stare vicino al bimbo, sostenerlo se è insicuro, e spiegargli che quanto proposto è adatto alla sua età”, dice Silvia Arborini.

Di fatto, sono proprio i genitori i primi a doversi mettere in gioco e preparare ai cambiamenti per sostenere il figlio rispetto alle nuove sfide che la vita gli propone.

4) Educare al team-building (fare gruppo) è un ‘investimento’ per il futuro di vostro figlio. Anche i leader non sono solitari ma ‘facilitatori’ del lavoro di team

“I bambini che imparano a stare bene con gli altri e il valore del gruppo, anche in modo autonomo, saranno poi capaci di farlo da adulti,” ricorda la psicoterapeuta Arborini.

Si tenga conto infatti che oggi (e lo sarà sempre più nel futuro) tra le attitudini più richieste sul lavoro, vi è proprio quella di essere in grado di lavorare in team e per i leader di essere dei “facilitatori psicologici e materiali” del team. Lo spirito competitivo che non tiene conto degli altri? Messo in soffitta anche perché porta meno risultati.

Aggiunge Rossi: “Insegnare ai bambini a mettersi nei panni degli altri, crescendo vuol dire saper dialogare con opinioni diverse, e queste sono le premesse anche per l’educazione alla pace.”

5) Far parte di una squadra, di un gruppo, aiuta il bambino a far emergere le sue qualità. E aumenta la sua autostima

Stare bene in gruppo offre anche un altro vantaggio per lo sviluppo psicologico del bimbo: aumenta la sua autostima. “All’interno del gruppo, ognuno ha ruoli diversi e, imparando a lavorare insieme, invece che a competere e basta, il bimbo riesce poi a riconoscere e valorizzare le sue qualità – spiega Silvia Arborini. Realizzare un risultato di squadra fa sentire orgogliosi e parte di qualcosa di più grande”.

Sulla stessa scia, Stefano Rossi ricorda che i bimbi cooperativi sviluppano una migliore autostima anche perché sono di aiuto agli altri e traggono piacere nel farlo.

Quando un bimbo, per esempio, offre la merendina a un compagno triste, oppure aiuta qualcuno con i compiti o dà una carezza a chi è stato sgridato, sente che ha fatto qualcosa di importante. “Tutto ciò lo fa sentire competente ed efficace verso l’altro ed è quindi una piccola grande esperienza di autostima”, spiega il consulente.

6) Ogni gruppo sociale ha le sue regole ma rispettarle significa anche valorizzare se stessi

Per aiutare il bimbo a stare bene con gli altri, il genitore dovrebbe abituarlo all’idea che ogni gruppo ha delle regole, utili per il benessere e la collaborazione tra tutti. A questo bisogna abituarlo anche prima che abbia l’età di pensare in gruppo. Come? Per esempio, “Non si può lasciare un bimbo di 4-5 anni giocare al parco senza nessuna supervisione. L’adulto deve vigilare i suoi comportamenti poiché stare con gli altri significa apprendere gradualmente le regole sociali e leggere emotivamente gli altri bimbi, ” spiega la psicologa Arborini.

Il lavoro vero e proprio per abituare i bambini al gruppo e alle sue regole avviene però dalla fine della scuola dell’infanzia e poi nella scuola primaria. Educatori e insegnanti offrono infatti stimoli per fare qualcosa insieme con uno scopo.

“Fare team building diventa, quindi, una risorsa per se stesso e il gruppo attraverso la valorizzazione delle competenze di ogni singolo partecipante”, dice la psicologa.

7) Imparare a stare con gli altri non significa dire sempre ‘sì’. Anzi. Il genitore dovrebbe spiegare al bambino che ha diritto a dire la sua in modo gentile e pacato

A scuola, al parco giochi, durante le attività sportive i bambini devono imparare a rispettare le regole per la convivenza ma questo non elimina possibili conflitti tra compagni. Sarebbe poco realistico crederlo.

“Essere cooperativi non significa dire sempre ‘sì’ ma essere ‘forti e gentili‘ – dice il consulente Rossi – e in questo modo, è possibile dire le cose a chiunque”.

Il genitore dunque dovrebbe eventualmente spiegare bene al figlio che ha sempre diritto a dire la sua quando qualcosa non funziona. Quello che conta è sostenere la propria posizione in modo ‘carino’ e pacato.

8) Storie, fiabe e metafore aiutano a ‘veicolare’ il valore della collaborazione, dell’amicizia e dello spirito di gruppo

Per trasmettere l’idea e la ‘pratica’ quotidiana della cooperazione con gli altri, storie, fiabe e metafore – che cambiano, naturalmente, in base all’età – rappresentano un potente strumento educativo.

Il genitore può leggere brevi racconti dedicati ai valori che desidera passare al bimbo (per esempio, solidarietà e spirito di gruppo, amicizia, fiducia, coraggio) per il piacere di farlo, coinvolgendolo, poi, in una serie di ‘domande emotive‘.

Nel corso della lettura, per esempio, l’adulto potrebbe chiedere: ‘Secondo te, cosa prova il protagonista?’, ‘ma cosa ha spinto il personaggio cattivo della storia ad agire?’, ‘tu cosa avresti fatto al suo posto?’…

“In questo modo, la storia diventa un mezzo interattivo per tirare fuori le emozioni attraverso immagini potenti, e si trasforma in un dialogo circolare”, dice Stefano Rossi.

Con i più grandi – verso la fine della scuola primaria – invece, è possibile proporre o costruire insieme alcune metafore capaci di far passare il messaggio positivo della cooperazione.
Il consulente racconta che tra i suoi ‘casi’ ha avuto un bambino aggressivo e con lui ha funzionato la metafora del ‘boomerang’. L’idea di fare quello che si vuole, senza badare agli altri, rimanda al fatto di lanciare il boomerang così, per il piacere di farlo, che dà un senso di libertà perché permette di sfogarsi. Ma naturalmente, l’oggetto torna indietro e, magari, ti colpisce in testa… In sostanza, anche a casa, il ricorso a metafore chiare, forti e positive è molto più utile dei soliti ‘non devi!’.

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9) Prendersi cura di un animale aiuta il bimbo a sviluppare l’empatia verso gli altri

Già da piccoli, un buon modo per educare i bambini alla cooperazione è invitarli a prendersi cura di un animale domestico – ovviamente se possibile per la famiglia!

“Occuparsi di un altro essere vivente, anche piccolo, sviluppa le capacità di uscire dall’individualismo e dalla dipendenza per diventare anche più coscienti dei bisogni altrui – dice Stefano Rossi. Infatti, l’animale ama senza riserve e ‘sentirlo’ aiuta l’autostima del bambino che si nutre anche dell’idea di compiere qualcosa di positivo e importante per l’altro.

 

10) Le parole del cuore. Dire al bimbo: ‘sei un grande!’ ‘siamo orgogliosi di te’ … fa bene alle emozioni

Per crescere sereni e imparare a vivere con gli altri, i bambini hanno bisogno di sentirsi amati da mamma e papà. Non è mai ‘troppo’ dire al figlio ‘Ti voglio bene!’, ‘credo in te e sono orgoglioso’, ‘sei il nostro piccolo speciale e noi siamo sempre qui per te!’…

Ai piccoli è importante verbalizzare i sentimenti in modo spontaneo e frequente. Poi, quando il bimbo cresce, è possibile stupirlo e ricordare le ‘parole del cuore’, – come suggerisce l’autore – attraverso un bigliettino sotto il cuscino, per esempio, o una foto con una frase speciale.

“Al momento, tutto ciò fa benissimo emotivamente ma non è tutto. Il bimbo che si sente dire frasi di questo genere, a sua volta, saprà esprimere meglio i suoi sentimenti e ripeterli anche agli altri”, spiega Stefano Rossi.

11) Giocare alla lotta o a tirarsi cuscinate con i figli educa alla socialità

Secondo Stefano Rossi, sarebbe opportuno trovare almeno 10 minuti al giorno per giocare con i figli e ‘fare casino’ in modo molto fisico e gioioso. “Le parole sono importanti, certo, ma ogni piccolo necessita di contatto fisico e sente di essere amato anche attraverso i gesti – dice il consulente. Anche giocare (felice ed eccitato) con l’adulto, è un modo per educare alla socialità.

12) Fa qualcosa di brutto a un compagno? Invece di dirgli che ‘è cattivo’, invitatelo a mettersi nei panni dell’altro e suggeritegli di rimediare. Gli toglierete anche i sensi di colpa

Quando si verifica un ‘incidente’ o un litigio tra bambini che sembra suggerire (almeno secondo il parere dell’adulto) qualche difficoltà, è opportuno evitare prediche o punizioni inutili.

Se il bimbo, per esempio, ha stracciato la pagina del quaderno di un compagno, sono bandite frasi del tipo: “sei proprio cattivo, guarda che cosa hai fatto!”

Meglio lavorare sulle emozioni e sul mettersi nei panni di …. Per esempio: “Ma tu che di solito ti comporti bene, come ti sei sentito in questa situazione per stracciare la pagina del tuo amico?. In questo modo, piano piano, il bambino riesce a prendere consapevolezza delle emozioni che hanno generato il suo comportamento”, dice Stefano Rossi.

Il secondo passaggio è invitarlo a capire che cosa prova l’altro bambino per il suo gesto. Un buon modo è quello di chiedergli semplicemente di guardare il volto e gli occhi del compagno. “In genere, questo colpisce molto bambini e anche ragazzi e li aiuta a sentire emotivamente che cosa hanno fatto all’altro”, dice Rossi.

A questo punto, il genitore può domandare al figlio se si sente di fare qualcosa per rimediare. Una proposta del genere ha una doppia valenza. In prima battuta, evita di alimentare inutili sensi di colpa (“è importante che il bimbo non si crei una immagine di sé come ‘cattivo’ – dice l’esperto) e, allo stesso tempo, fa appello, invece, al senso positivo di responsabilità.

Così, l’evento negativo (e il possibile senso di colpa) si cancella, soprattutto se è il bimbo che sceglie liberamente che cosa fare senza forzature da parte dell’adulto.

Il team building tra bambini si forma soprattutto grazie al gioco. Ecco alcune idee nel VIDEO