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9 Mar 2017

Articolo: “Sviluppare il piacere di apprendere”

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“SVILUPPARE IL PIACERE DI APPRENDERE DEI NOSTRI FIGLI”

Una competenza per la scuola e per la vita

 

Come motivare i nostri ragazzi all’apprendimento? Il dr. Rossi illustrerà la differenza tra motivazione esterna e interna, proponendo 6 coordinate per educare i nostri ragazzi ad un apprendimento che inizi sui banchi di scuola ma prosegua per tutta la vita.

di Stefano Rossi

FONTE: Articolo originale pubblicato sul sito Pearson

 

Il tema della motivazione ad apprendere è da sempre il tema centrale attorno cui gravitano gioie e dolori di insegnanti e genitori.
Personalmente mi occupo da circa 15 anni di progetti di consulenza e insegnamento in gruppi di adolescenti affetti da quella che oggi si chiama disaffezione scolastica.
Un male per la verità piuttosto diffuso, che con gradazioni e sfumature differenti attanaglia molti adolescenti con gli annessi conflitti e scontri in famiglia.
Ma come convincere questi ragazzi ad avere un diverso rapporto con l’apprendimento? Come motivarli ad apprendere? Prima di vedere alcune strategie educative dobbiamo spendere un pensiero su cosa si intende per motivazione.

 

Il pericolo silenzioso della motivazione esterna

La psicologia ci insegna che ci sono due tipi di motivazione: una motivazione esterna e una interna. Nella prima rientrano i ragazzi che studiano per dovere (per l’obbligo dei genitori o il timore della bocciatura) o per ragioni più superficiali come essere apprezzati dagli adulti e primeggiare sui coetanei.
È questa una motivazione pericolosa perché, se da un lato può portare anche a un ottimo rendimento scolastico, cosa che rassicura noi genitori, dall’altro si scioglierà come neve al sole non appena i cancelli delle scuole si chiuderanno dietro i ragazzi.

 

Seguire la rotta della motivazione interna

I nostri nativi digitali stanno crescendo in una società più complessa rispetto a quella in cui noi siamo cresciuti. Bauman parla di società liquida, in quanto incerta, instabile e priva di riferimenti. Uno dei fattori principali di instabilità è il posto di lavoro, al vecchio posto fisso i nostri ragazzi dovranno abituarsi, almeno inizialmente, ad un mercato di micro progetti, spesso specialistici e diversificati, in un sistema in cui la competizione non è solo nazionale, ma in alcuni settori fortemente globalizzata.
Per affrontare tutte queste sfide l’unico baluardo è la cultura dell’apprendimento permanente, un apprendimento che non si può insegnare per dovere (motivazione esterna) ma che va coltivato, a scuola come a casa, promuovendo il piacere di apprendere (motivazione interna).
La rotta della motivazione interna non guarda al solo rendimento scolastico ma ha un sguardo a lunga gittata perché, tramite l’attitudine all’apprendimento permanente, vuole preparare i nostri ragazzi alle sfide, lavorative e sociali, del nuovo millennio. Vediamo alcuni spunti per navigare in questa direzione.

 

  1. Curiosità e diritto alla lettura

Il binomio curiosità e lettura non è certo una novità, ma anche in questo caso dobbiamo provare a passare da una logica di “lettura per dovere” a una “lettura per piacere”.
Non dovremo imporre cosa leggere, ma invitare i nostri ragazzi ad approfondire ciò che li interessa. Che si tratti di motori, sport o tecnologia, se li lasceremo liberi di inseguire i propri interessi sperimenteranno la bellezza dell’apprendimento. Invogliando i miei ragazzi a leggere nel tempo libero ciò che più li interessava ho ottenuto molti più risultati di quando li indirizzavo su letture per me più classiche.
Come mi ha detto un giorno Simone: “Sai che leggere così è persino divertente… non solo non mi pesa ma sto imparando un sacco di cose e mi sento pure intelligente”.
Simone era un ragazzo che prima di iniziare il percorso insieme collezionava più assenze che presenze. Gli ho spiegato che leggere è un diritto, che io gli avrei chiesto almeno un libro al mese ma lui avrebbe potuto scegliere sia l’argomento sia le parti da leggere. Il risultato è stato che Simone, nel giro di un anno scolastico, aveva letto 7 libri diversi, non per intero, ma gettandosi a capofitto nei capitoli e nelle parti per lui più interessanti. Come mi disse un giorno: “Ne ho finiti solo due, quelli che se lo meritavano…” Simone aveva toccato con mano la bellezza e il gusto dell’apprendimento e a oggi è ancora un lettore vorace che sceglie le proprie letture.

 

2. Dialogo quotidiano e pensiero critico

La curiosità deve essere lanciata ma richiede anche manutenzione. Con Simone non mi sono limitato a un’esortazione alla lettura ma abbiamo discusso spesso sugli argomenti letti. Il dialogo genitori-figli, soprattutto in un’epoca burrascosa come l’adolescenza, deve partire dagli interessi dei ragazzi. Interessandoci al loro mondo, e in questo caso alle loro letture, otterremo due importanti vantaggi: li faremo sentire valorizzati, miglioreremo la nostra relazione genitori-figli e promuoveremo un pensiero critico legato. Recentemente il mondo di internet e delle varie piattaforme è stato investito dal problema delle “Fake news” ovvero delle notizie false presenti in rete. Tenere aperto un dialogo e confronto quotidiano coi nostri ragazzi, in particolare su ciò che liberamente leggono e incontrano anche in rete, è molto importante. Coltiveremo una capacità critica e un’attitudine alla riflessione che ricadrà, sia nel rendimento scolastico, che nella capacità di analizzare e decodificare gli eventi della propri vita.
3. Curiosità e apprendimento trasversale

Per quanto la lettura sia un ottimo strumento per motivare all’apprendimento dobbiamo tener conto che questa Generazione Hashtag apprende soprattutto dai video. Molti dei miei ragazzi imparano dai cosiddetti “tutorial”, video in cui viene mostrato come acquisire una determinata abilità.
Da adulti verrebbe da guardare con sufficienza a questo mondo, ma questo è un esempio di motivazione interna ad apprendere che va valorizzata, interessandoci e discutendone con loro. Sentite cosa mi ha detto una mattina Davide: “Stanotte sono stato alzato fino alle 2.00 su YouTube per vedere come aggiustare la mia Vespa, a scuola non me lo hanno spiegato ma io volevo capire come fare!” Davide ha 16 anni, sta facendo una scuola per diventare meccanico e alle scuole medie era il nemico numero uno dei libri, parole sue. Adesso è il primo della sua classe, tiene presentazioni nelle scuole dei dintorni ai ragazzi più piccoli e non smette mai di imparare. “Studio (sui motori) quasi più a casa che a scuola”.

 

4. Valorizzare tutte le intelligenze

Il tema della motivazione ad apprendere, a scuola come nella vita, si intreccia inevitabilmente con quello della predisposizione. Per lungo tempo siamo stati abituati a pensare che ci fosse una sola idea di intelligenza, della serie: gli studenti che vanno bene a scuola, soprattutto nelle materie di studio, sono intelligenti, per gli altri non si può dire altrettanto. Howard Gardner, massimo esperto al mondo sul tema, ci ha spiegato che l’intelligenza va pensata al plurale. Le intelligenze sono numerose e diversificate: c’è quella umanistica e quella logico-scientifica, altri hanno una predisposizione motoria, musicale o visuale, senza dimenticare quella emozionale e relazionale. L’elenco potrebbe continuare ma il concetto è che per troppo tempo abbiamo svalutato tutte le intelligenze che non avessero a che fare con “lettura, scrittura e fare di conto”. È questo il caso di Davide, il ragazzo dell’esempio precedente, che alla scuola media era considerato un caso a rischio, destinato a un sicuro fallimento scolastico. Trovata la sua strada, il mondo della meccanica, si è trasformato: primo del suo corso, desideroso di scoprire molto più di quanto si fa a scuola, e con una ritrovata autostima che gli fa dire “Finalmente mi sento orgoglioso di me… anche i miei genitori ora lo sono”. Genitori che per lui volevano una formazione liceale e che all’inizio hanno ostacolato la scelta della scuola professionale. C’è una frase di Einstein che riassume in modo chiaro ma potente questo concetto: “Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi passerà tutta la sua vita a credersi stupido”.
Cambiare percorso di studi non deve essere motivo di vergogna e disonore, soprattutto se le intelligenze di nostro figlio sono più affini ad altri percorsi formativi. Come ci spiega Garnder, non ci sono scuole di serie A o di serie B ma scuole in grado di valorizzare o meno i talenti nei nostri ragazzi, e il suono del talento fa vibrare la corda della motivazione, anche a scuola.

 

5. L’importanza dell’esempio

Nei progetti che da anni conduco ho sempre inserito almeno mezz’ora a settimana di lettura libera. Durante questa attività i miei ragazzi si dedicavano a letture che li interessavano per poi discuterne insieme. Non erano però i soli a leggere perché anche il sottoscritto, durante questa mezz’oretta, leggeva libri, riviste o giornali. Il primo giorno dell’attività Tommaso, un po’ stupito, mi ha chiesto: “Anche tu che scrivi i libri per gli insegnanti studi ancora su nuovi testi?” Nello sguardo di Tommaso c’era un mix di stupore e divertimento. Quando gli ho risposto che semplicemente amavo approfondire sempre nuovi argomenti legati al mio lavoro mi ha detto: “Però, in effetti si vede che ti piace”. Molto spesso chiediamo ai nostri figli, in assoluta buona fede, ciò che noi per primi tendiamo a evitare, scordandoci però che l’esempio è più potente di qualsiasi parola. Questo non significa che per motivare i nostri ragazzi dobbiamo metterci tutte le sere a leggere Hegel sul divano, vale anche per noi il diritto di lettura e, se vogliamo, di apprendimento. Il mio nonno materno, con cui sono cresciuto, era un autista di autobus ma nel tempo libero si dedicava a smontare, aggiustare e migliorare la meccanica di automezzi e attrezzi da giardino. Ricordo ancora la passione e la dedizione che vedevo nei suoi occhi quando si cimentava in queste attività, una passione, una dedizione che sento di aver assorbito da lui trasferendola nel mio lavoro.

 

6. Scuola e famiglia: dallo scontro all’incontro

Nonostante i nostri buoni propositi può comunque accadere che nostro figlio abbia un momento, più o meno breve, di difficoltà di rendimento.
In questi casi siamo spesso preda di comprensibili emozioni sgradevoli quali ansia e paura ma anche rabbia e, perché no, vergogna e timore del giudizio esterno.
Questo miscuglio di emozioni spesso ci spinge ad avere un atteggiamento accusatorio nei confronti della scuola o del singolo docente, è un meccanismo protettivo naturale, in cui tutti possiamo cadere ma che dobbiamo riconoscere per il bene dei nostri ragazzi.
Come consulente scolastico mi è capitato di mediare a situazioni di questo tipo. Scuola e famiglia non devono dimenticare di giocare per la stessa squadra, e questo vale da ambo le parti. Può accadere che un adolescente attraversi un momento di criticità e la scuola, seppur importante, è solo uno degli ambiti di ingaggio dei nostri ragazzi. È insieme che per prima cosa dobbiamo cercare di capire dove sta il problema, il disagio o semplicemente la difficoltà del ragazzo e, sempre insieme, coinvolgendo lo stesso adolescente, dobbiamo pensare a nuove soluzioni in cui tutti possiamo e dobbiamo metterci in gioco.
La motivazione ad apprendere deve vedere in azione tutti gli attori: scuola, famiglia e adolescente.

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